ANCHE IL GENITORE C.D. SOCIALE (EX PARTNER OMOAFFETTIVA DELLA MADRE BIOLOGICA) HA DIRITTO A VEDERE IL MINORE

  • Autore: Acquarone Avv. Giuseppe
  • 11 ott, 2016

(ART. 337 TER C.C. – CORTE COSTITUZIONALE. ORD. 05.10.2016)

L’art. 337 ter c.c. prevede che il minore ha diritto di mantenere rapporti significativi – oltre che con i genitori – anche “con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”.

Detta norma non prevede, invece, che tale diritto sia esteso anche a soggetti diversi dal ramo parentale, ove ugualmente significativi.

Ebbene, con ordinanza del 05.10.2016, la Corte Costituzionale ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale di detta norma, proprio nella parte in cui, pur prevedendo che il diritto del figlio a mantenere rapporti con gli ascendenti e i parenti di entrambi i genitori, non prevede che il diritto del minore a conservare rapporti ugualmente significativi sia esteso anche a soggetti diversi dal ramo parentale, quali l’ex partner omoaffettiva della madre biologica di due minori.

La Corte ha infatti affermato il principio secondo cui l’interruzione ingiustificata, da parte di uno o di entrambi i genitori, in contrasto con l’interesse del minore, di un rapporto significativo da quest’ultimo instaurato e intrattenuto con soggetti che non siano parenti è riconducibile alla ipotesi di condotta del genitore “comunque pregiudizievole al figlio”, in relazione alla quale l’art. 333 del c.c. consente al Giudice di adottare “i provvedimenti convenienti” nel caso concreto.

Perciò, non sussiste il vuoto di tutela dell’interesse del minore, che il Giudice remittente ha ravvisato nell’art. 337 ter c.c.

Per la Consulta dunque il minore ha diritto di mantenere rapporti anche con il genitore sociale ma in caso di opposizione del genitore biologico la norma cui fare riferimento è l’art. 333 c.c. e non l’art. 337–ter c.c. che riguarda i rapporti tra il figlio e i genitori biologici o affettivi.

In base all’art. 333 codice civile, il genitore sociale può ottenere che, a tutela di tali rapporti, il giudice adotti «i provvedimenti convenienti» nel caso concreto.

Guseppe Acquarone - Imperia, 11 ottobre 2016

Autore: Acquarone Avv. Giuseppe 03 nov, 2017

La terza sezione civile della Cassazione con la sentenza 22856 del 29 settembre 2017 ha recentemente statuito che, nell'ipotesi in cui un creditore proceda nei confronti di un solo condomino per il totale dell'importo del titolo esecutivo emesso a carico del condominio, il singolo esecutato potrà proporre opposizione facendo rilevare che la sua quota millesimale è inferiore di quella allegata; nel caso in cui non fornisca tale prova, l'opposizione non potrà essere accolta, e l'atto di precetto sarà efficace per l'intero.

Nel caso de quo, una società, la quale vantava crediti nei confronti di un condominio in forza di un titolo esecutivo, aveva notificato atto di precetto di pagamento nei confronti di alcuni condomini, i quali avevano proposto opposizione, ex art. 615 c.p.c.

Tale opposizione, veniva accolta dal Tribunale di Napoli e, successivamente, veniva  confermata anche in appello.

Conseguentemente, la creditrice ha presentato ricorso in cassazione, in base a sei motivi.

La Corte di Cassazione, in particolare, ha esaminato la doglianza riferita alla sentenza impugnata nella parte in cui la Corte di merito ha ritenuto onere del creditore intimante provare l'esatta quota di partecipazione al condominio di ciascuno condomino opposto, ed in mancanza di tale prova, ha dichiarato inefficace il precetto opposto; la Corte ha rilevato che, in base a giurisprudenza consolidata sul punto, tenuto conto che l'obbligazione contrattuale del condominio grava pro quota sui singoli condomini ai sensi dell'art. 1123 c.c., e non in solido per l'intero sugli stessi, ai fini dell'azione esecutiva, il titolo venutosi  formare contro il condominio è valido, contro i singoli condomini, ma per procedere ad esecuzione forzata nei confronti del singolo condomino è necessario che, precedentemente, il titolo ed il precetto siano stati notificati ad ogni singolo condomino.

Il punto sta nel fatto che, se vuole promuovere l'esecuzione forzata contro i soli condomini, il creditore procedente, deve dimostrare la legittimazione passiva, sul piano esecutivo, dei condomini aggrediti, e quindi  la loro qualità di condomini, mentre per la rispettiva quota millesimale, secondo la cassazione, è sufficiente una semplice allegazione da parte dell'intimante.

Ciò premesso, nel caso gli sia richiesto il pagamento di un importo eccedente quello della sua quota, l'onere della prova graverà sul condomino opponente che, quindi, dovrà dimostrare l'esatto ammontare dei millesimi di sua competenza.

Per concludere, nell'ipotesi in cui il singolo condomino venga richiesto il pagamento dell’intero debito condominiale, egli potrà ben proporre opposizione all'esecuzione, eccpendo di non essere condomino, e, in questa ipotesi, l'onere della prova della sua qualità di condomino spetterà al creditore opposto, oppure, eccependo di essere condomino per una quota millesimale inferiore a quella indicata dal creditore, ma, in quest'altro caso, l'onere della prova della misura della suddetta quota spetterà all'opponente.

Autore: Acquarone Avv. Giuseppe 26 ott, 2017

Va segnalata la recentissima ordinanza della Suprema Corte di Cassazione, n. 25099/2017 depositata il 24.10.2017, Presidente Travaglino e relatore Rubino, che affronta il tema della differente natura e del differente modo di calcolo tra il risarcimento del danno dovuto per un sinistro di r.c.a. e l’indennizzo dovuto in forza di una polizza infortuni (di R.C.T.).

Il problema è quello che spesso si riscontra nelle cause di risarcimento danni da infortunio ove l’infortunato o il responsabile sono titolari non di polizza di r.c.a. bensì di polizza infortuni (r.c.t.), giudizi nei quali spesso accade che il danneggiato pretenda il pagamento dell’indennizzo, calcolato secondo le Tabelle Milanesi, mentre la Compagnia invoca l’applicabilità dei (ben differenti) criteri liquidativi risultanti dalle condizioni generali di polizza.

 

La Cassazione afferma i seguenti principi.

Premette che l’assicurazione contro gli infortuni sia riconducibile nella tipologia dell’assicurazione contro i danni.

Precisa che, stante la funzione reintegratoria della perdita patrimoniale subita dall’assicurato, che ha l’indennizzo di siffatta assicurazione, l’indennizzo stesso, anche quando convenzionalmente predeterminato in una somma fissa o in un valore a punto percentuale stabilito in base al contratto assicurativo, non sulle tabelle milanesi (determinazione, quindi, sostanzialmente confermato non soltanto dalla S.C. ritenuto legittimo e non invalido, chè diversamente la Corte avrebbe anche potuto dichiarare nulla la clausola che lo prevede, n.d.r.)   ha natura di debito di valore e, quindi, va rivalutato con riferimento al periodo intercorso tra il sinistro e la liquidazione, pur se non vi sia inadempimento o ritardo colpevole dell’assicuratore.

L’indennizzo, così calcolato, essendo credito di valore, va poi attualizzato con il pagamento del danno da mora, vale a dire del c.d. lucro cessante finanziario, che consiste nei frutti che il denaro dovutogli a titolo di indennizzo assicurativo sin dal giorno del sinistro avrebbe prodotto, in caso di immediato pagamento.

Quanto al saggio degli interessi, ribadisce che va individuato secondo i dettami della Sentenza a SS.UU. n. 1712 del 1995 e Cass. 21396/2014, mentre gli interessi decorrono dal giorno del sinistro e, per il danno biologico permanente, dal consolidamento dei postumi fino alla liquidazione e, poi, sulla somma di capitale e danno da mora, maturano interessi legali ex art. 1282, 1° comma, c.c.

In caso di pagamento di acconti, vanno: a) detratti dal credito devalutando entrambi gli importi alla data dell’illecito o rivalutandoli alla data della liquidazione, b) e poi detraendo l’acconto dal credito, c) ed infine calcolando gli interessi compensativi (da ritardato adempimento) sull’intero capitale dall’illecito al pagamento dell’acconto, solo sulla somma che residua dopo la detrazione dell’acconto rivalutato, dal pagamento alla liquidazione definitiva.

 

Avv. Giuseppe Acquarone – Imperia, 26-10-2017

Autore: Acquarone Avv. Giuseppe 22 ott, 2017

La nullità del contratto di mutuo di scopo consegue all'accordo (dissimulato) delle parti volto a stabilire l’utilizzo della provvista per una finalità diversa da quella prevista dal contratto (parzialmente simulato) di mutuo, finalità diversa che può, per esempio, anche coincidere con quella di estinguere pregressi debiti contratti con la stessa banca che ha concesso il mutuo.

In caso, invece, di mero inadempimento al programma di destinazione delle somme avute a titolo di mutuo, programma nel quale consiste lo scopo pattuito tra le parti nel contratto di mutuo, non si ha nullità ma mero inadempimento.

Ciò è quanto è stato deciso dalla recentissima ordinanza n. 24699 del 19.10.2017 della Corte di Cassazione, sezione IA civile.


L’ISTITUTO DEL MUTUO DI SCOPO

Va premesso che, a differenza del mutuo regolato dall’art. 1813 e segg. c.c., secondo la giurisprudenza (vedi, per esempio, Cass. n. 7773 del 2003), il contratto di mutuo di scopo: 

  • a) è un contratto non reale, ma contratto consensuale, oneroso, atipico; 
  • b) ha, come l’apertura di credito, una funzione creditizia; 
  • c)  prevede la consegna non come modo di perfezionamento del contratto (come nel mutuo ex art. 1813 c.c., che è contratto reale), ma come modo di adempimento del contratto; d)   consta di due distinti rapporti obbligatori (uno, tra il mutuante ed il mutuatario, ed un altro tra il mutuatario e chi offre il bene o il servizio per raggiungere lo scopo prefissato) originariamente collegati teleologicamente e quindi bilateralmente interdipendenti, sicché le vicende che riguardano l’uno possono ripercuotersi sull’altro (così, per esempio, Cass. pen. sez. II, 15.07.2016 n. 31980; Cass. civ. Sez. I, 26-01-2016, n. 1369; Cass. civ. Sez. I, 22-12-2015, n. 25793; Cass. 19.07.2012 n. 12454; ed in giurisprudenza di merito, tra le più recenti, cfr. Trib. Bergamo sez. III, 07.02.2017).

Ciò premesso, e venendo al caso di specie, esso riguarda il seguente caso.


FATTO

Interbanca s.p.a. aveva chiesto d’essere ammessa al passivo di un fallimento, in privilegio ipotecario, sulla base di due contratti di finanziamento a medio termine ed il Giudice Delegato aveva respinto la domanda poiché si trattava di "mutuo di scopo con simulazione parziale e conseguente nullità della causa per frode alla legge", giacché le somme erano state utilizzate "per coperture di pregresse esposizioni bancarie e non, piuttosto, per gli obiettivi della convenzione".

La banca proponeva opposizione allo stato passivo (ex art. 98 Legge Fallimentare), che il Tribunale di Nola accoglieva però soltanto quanto ad uno dei finanziamenti, mentre confermava la reiezione per il secondo, sostanzialmente per le stesse ragioni sopra esposte.

Tale sentenza veniva riformata dalla Corte d’Appello di Napoli, che ribadiva nuovamente lo stesso concetto, precisando anche che, pur trattandosi di simulazione, non poteva parlarsi di nullità per difetto di causa, ma di inefficacia del contratto dissimulato (contenente la clausola di destinazione del finanziamento realmente voluta).

La curatela del fallimento proponeva ricorso per Cassazione, deducendo violazione dell’art. 1414 secondo comma c.c. (sostenendo che si era svilita la figura del mutuo di scopo scomponendo i negozi simulato e dissimulato) e 112 c.p.c. (sostenendo che la banca si era sempre e solo preoccupato di sostenere che il mutuo non fosse di scopo) e la Banca resisteva con controricorso e memoria.


LA DECISIONE DELLA CASSAZIONE (ORD. 24699 DEL 19.10.2017)

La Suprema Corte afferma quanto segue.

Lo scopo del mutuo è quello previsto dal contratto di mutuo e non può essere altro. E la funzione del mutuo è quella di procurare al mutuatario i mezzi economici da destinare a quella utilizzazione prevista e vincolata dal contratto di mutuo.

Proprio in ciò risiede la differenza tra il mutuo ordinario e quello di scopo: una differenza strutturale poiché mutuatario si obbliga, sì, a restituire la somma mutuata con gli interessi, ma anche e soprattutto a realizzare lo scopo, attuando l’attività grazie alla ottenuta sovvenzione; ed una differenza funzionale, poiché assume rilievo essenziale proprio l’impegno a realizzare l’attività sovvenzionata.

E’ quindi esclusa ogni diversa volontà di destinazione, compresa quella di estinzione di pregresse passività del mutuatario, con conseguente nullità del contratto quando vi sia un preciso accordo tra l’istituto di credito ed il mutuatario di usare la provvista per finalità diverse da quelle previste in contratto.

Al contrario, la semplice inosservanza della destinazione indicata in contratto non rileva ai fini della validità o meno del contratto stesso.

La clausola di destinazione, poi, deve coinvolgere, oltre all’interesse del mutuatario, anche quello - diretto o indiretto -  dell’istituto finanziatore alla specifica modalità di utilizzazione delle somme per un determinato scopo, poiché quando invece viene invece prevista una destinazione delle somme per esclusivo interesse del mutuatario, v’è solo una esteriorizzazione dei motivi del negozio, ma non si può allora parlare di mutuo di scopo, poiché la mera indicazione di motivi non accompagnata da un programma contrattuale volto alla loro realizzazione non è di per sé idonea a modificare il tipo negoziale.

Proprio perciò, il mutuo ed il finanziamento fondiario non sono mutui di scopo, poiché manca proprio quest’ultimo, fondamentale, elemento, sinallagmaticamente rilevante, della destinazione ad una specifica finalità che il mutuatario sia tenuto a realizzare.

Autore: Acquarone Avv. Giuseppe 13 set, 2017

La sentenza in commento ha ribadito il principio secondo cui l’autorità giudiziaria competente ad emettere i provvedimenti di affidamento e di collocazione dei figli minori, così come stabilito dal Regolamento Bruxelles II bis del 2003, è quello della residenza abituale del figlio.

La Corte di Cassazione ha infatti stabilito che per le domande riguardanti la responsabilità genitoriale su un figlio minore, l'autorità giudiziaria da ritenersi competente è quella dello stato membro in cui lo stesso risiede abitualmente nel momento in cui viene effettuata la domanda.

Per residenza abituale deve intendersi il luogo, dove il minore trova e riconosce il centro dei propri legami affettivi, non solo parentali. A tale scopo rilevano la durata, la regolarità e le ragioni del soggiorno nel territorio di uno Stato membro, la frequenza scolastica e, in generale, le relazioni sociali.

 

La Corte di Cassazione – sentenza n. 3555 del 10 febbraio 2017 – ha ribadito il principio in base al quale individuare l’autorità giudiziaria competente ad emettere i provvedimenti di affidamento e di collocazione del figlio minore, in applicazione del Regolamento Bruxelles II bis del 2003, ossia quello della residenza abituale del figlio.

 

A sostegno del proprio ragionamento la Corte ha poi richiamato il Considerando n. 12 del Regolamento Bruxelles II bis, ai sensi del quale le norme in materia di responsabilità genitoriale devono essere ispirate all'interesse superiore del minore e al criterio della vicinanza.

 

Con riguardo al concetto di residenza abituale, in giurisprudenza si ritiene che debbano sussistere sia la presenza duratura del minore sul territorio di uno degli stati membri che il fatto che in quel luogo ci sia il centro dei legami affettivi

 

Anche la Corte di Giustizia dell’Unione Europea è andata ad individuare alcuni elementi cui i giudici devono necessariamente considerare nell'analizzare i singoli casi ad essi sottoposti:a) l’integrazione del minore nel suo ambiente di vita; b) la durata, le condizioni e le ragioni del soggiorno; c) la nazionalità del minore; d) il luogo e la condizione di scolarizzazione nonchè i rapporti familiari e sociali di quest'ultimo e la volontà dei genitori.

Autore: Acquarone Avv. Giuseppe 13 set, 2017

In una recente sentenza la Corte di cassazione ha stabilito che la pena applicata con la sentenza di patteggiamento sulla base di una cornice edittale che venga successivamente ad essere modificata in senso più favorevole all'imputato debba essere considerata pena illegale e, conseguentemente, tale da travolgere l'accordo raggiunto dalle parti e ratificato dal giudice, con conseguente annullamento senza rinvio della sentenza in questione.

 

In materia di illegalità della pena e, in particolare, sulla rilevabilità d'ufficio della stessa sono intervenute di recente le Sezioni Unite della Corte di Cassazione (sentenza 46653/2015, richiamata nella sentenza in esame) con riferimento ai processi in tema di stupefacenti i cui fatti-reato sono stati commessi nella vigenza della Legge n. 49 del 2006, dichiarata incostituzionale dalla sentenza n. 32 del 2014, che ha determinato la reviviscenza delle norme precedenti, stabilendo che è illegale la pena determinata in relazione ad una cornice edittale prevista da una norma dichiarata incostituzionale, anche allorquando rientri nella forbice edittale delle norme ripristinate (e non solo quando la superi): in questo caso, hanno precisato, “si tratta di una illegalità particolare, perché ciò che è illegale non è la sanzione in sé, quanto l’intero procedimento di commisurazione giudiziale”, che si è basato su criteri edittali mai esistiti, portando all’applicazione di una pena in contrasto con il principio di proporzionalità e di colpevolezza.

 

Con la sentenza in esame, la Corte di cassazione, preliminarmente riscontrando che il regime sanzionatorio della fattispecie portata al suo esame è stato modificato nel corso del tempo per essere fissato in quello attuale ricompreso fra 6 mesi e 4 anni di reclusione e 1.032 e 10.329 di multa, ha ravvisato nel caso di specie un caso di sopravvenuta illegalità della pena. Ciò ha fatto in applicazione di quanto statuito dalle Sezioni Unite con la sopra citata sentenza 46653/2015, con la quale è stata prevista la possibilità, nel giudizio di cassazione, di rilevare d'ufficio gli effetti delle modifiche normative attinenti al piano sanzionatorio in omaggio ai principi che governano l'applicazione della pena: finalità rieducativa, uguaglianza e proporzionalità.

 

Dal momento che nel caso qui esaminato era stata applicata la pena sulla base di parametri edittali poi modificati in maniera più favorevole al reo, la sopravvenuta illegalità della pena, travolgendo lo stesso accordo delle parti, ha determinato l'annullamento senza rinvio e la trasmissione al tribunale a quo  .

Autore: Acquarone Avv. Giuseppe 13 set, 2017

Con la recentissima sentenza nr. 17350 depositata il 25 agosto 2016, la Sezione Sesta civile della Corte di Cassazione ha definito i parametri del decoro architettonico e dell’aspetto architettonico, sottolineandone le numerose differenze e affinità concettuali e precisando che, mentre la nozione dell’aspetto, contenuta nell’art. 1127 c.c., relativo alla facoltà dei condomini di costruire in sopraelevazione, attiene alla compatibilità con lo stile architettonico dell’edificio, il concetto di decoro dell’immobile, invece, come così richiamato dall’art. 1120 c.c., si esprime nell’omogeneità delle linee e delle strutture architettoniche, ossia nell’armonia estetica dell’edificio.

Il caso riguardava la azione proposta da due condomini per ottenere la rimozione di una tettoia di copertura realizzata da un altro condomino in violazione del regolamento di condominio e degli articoli 1120 e 1122 c.c..

La domanda veniva respinta dal Tribunale in primo grado ed accolta dalla Corte d’Appello, in secondo grado.

Nel confermare la pronuncia d’appello, la Cassazione, oltre che stabilire il predetto principio, premette e precisa altresì che i parametri del decoro e dell’aspetto sono in rapporto di stretta complementarietà, risolvendosi la valutazione di continuità stilistica in una verifica del rispetto delle direttive architettoniche impresse dal progettista.

Ciò premesso, la Suprema Corte conclude che il giudice di appello abbia esattamente deciso, affermando:

a) che, considerati i materiali utilizzati, i suoi caratteri strumentali di stabilità e inamovibilità, nonché le sue dimensioni notevoli e la sua incidenza sul volume del fabbricato, la realizzazione della tettoia contestata abbia realizzato una significativa alterazione dell’aspetto architettonico dell’edificio, con conseguente violazione del regolamento condominiale;

b) a prescindere dall’applicabilità o meno dei principi dettati dalla giurisprudenza per il decoro, l’opera realizzata ha illegittimamente modificato l’aspetto architettonico dell’edificio, tenendo conto non soltanto del suo aspetto originario, ma anche alla luce delle modifiche apportate nel corso degli anni ed emerse nella consulenza tecnica d’ufficio.

Autore: Acquarone Avv. Giuseppe 13 set, 2017

Con una recente pronuncia la Corte di Cassazione si è pronunciata su un tema spesso ricorrente in materia condominiale: quello relativo alla possibilità per i singoli condomini di costruire un ascensore esterno.

Secondo la Corte, la costruzione di un siffatto impianto non è ammessa qualora vada a ledere il diritto di veduta del proprietario di uno degli immobili facenti parte del condominio; tale diritto è costituito dalla possibilità di guardare e sporgersi sul fondo altrui, sia frontalmente che obliquamente e lateralmente.

Il legislatore, al fine di salvaguardare tale diritto, ha infatti imposto il divieto di realizzare costruzioni ad una distanza inferiore ai tre metri rispetto ad altre già esistenti.

Nel caso in cui uno dei condomini, in mancanza, o anche a seguito di delibera condominiale regolarmente approvata, proceda alla costruzione di un ascensore esterno che non rispetti le distanze minime previste dalla legge, sta dunque compiendo un abuso, al quale, nel rispetto dei termini di legge, siete pienamente legittimati ad opporvi mediante l'utilizzo dei rimedi legali appositi.

Autore: Acquarone Avv. Giuseppe 13 set, 2017

Con la recente sentenza n. 23010 del 31 maggio 2016, la Suprema Corte di Cassazione, sezione VI penale, ha chiarito che, per essere penalmente rilevante, la riduzione dell’importo dovuto per il mantenimento della moglie e dei figli deve provocare uno stato di bisogno, che va valutato alla luce delle reali circostanze sulle quali il Giudice deve fornire una adeguata motivazione.

Si trattava di un marito e padre di due figli, accusato di aver ridotto l’assegno mensile di mantenimento da 4.000,00 a 800,00 euro e d’aver quindi fatto mancare loro i mezzi di sussistenza.

La Cassazione ha cassato con rinvio la sentenza della Corte d’Appello di Milano, che aveva condannato un uomo che aveva ridotto l’assegno da 4.000,00 a 800,00 euro mensili senza considerare che tale riduzione era durata soltanto sette mesi ed era poi stata successivamente sanata interamente e che inoltre la moglie aveva risparmi considerevoli.

In proposito, infatti, lo stato di bisogno è ben diverso dall’obbligo di mantenimento, e va individuato in quanto è necessario per la sopravvivenza, sia pure con la valutazione di altre esigenze complementari.

Perciò, non basta, da sé, l’aver ridotto l’importo dell’assegno: occorre valutare se tale riduzione provoca uno stato di bisogno, facendo venire meno il necessario per la sopravvivenza

Autore: Acquarone Avv. Giuseppe 13 set, 2017

IL FATTO

Un automobilista investe un pedone che attraversa le strisce pedonali e gli cagiona la frattura da scoppio della testa omerale sinistra.

Il pedone viene sottoposto ad intervento chirurgico per la sostituzione protesica della testa omerale, sennonché durante l’intervento muore per trombo-embolia massiva contratta durante il ricovero in ospedale.

L’automobilista viene condannato dal Tribunale di Lodi, con sentenza confermata dalla Corte d’Appello di Milano.

L’automobilista propone allora ricorso per cassazione, sottoponendo il seguente quesito: se sia o meno ravvisabile una colpa dei sanitari che sottoposero il paziente all’intervento chirurgico per la sostituzione protesica della testa omerale, ed affermando che "l’evento morte provocato dalla trombo-embolia massiva contratta dall’infortunato durante il ricovero in ospedale per la cura degli esiti di una frattura della testa omerale, è stata una complicanza talmente eccezionale delle modeste lesioni subite in conseguenza dell’incidente da non poter mai e poi mai costituire fattore causale preesistente.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE PENALE

La Suprema Corte respinge il ricorso proposto dall’automobilista, confermando la sentenza della Corte d’Appello di Milano, che, confermando la sentenza del Tribunale di Lodi, lo aveva ritenuto responsabile di omicidio colposo.

La Cassazione, nella motivazione, richiama la propria costante giurisprudenza secondo la quale, in “caso di incidente stradale causativo di lesioni, anche l’ipotetica negligenza o imperizia dei medici, persino ove di elevata gravità, non sarebbe comunque idonea ad elidere il nesso causale tra la condotta e l’evento morte, in quanto l’intervento dei sanitari costituisce, rispetto al soggetto leso, un fatto tipico e prevedibile, anche nei potenziali errori di cura, mentre ai fini della esclusione del nesso di causalità occorre un errore sanitario del tutto eccezionale e da solo determinante l’evento letale”.

Richiama quindi la c.d. “teoria del rischio”, della quale hanno fatto applicazione le sentenze n. 33329 del 05/05/2015, Sorrentino e altri, e Cass. SS.UU. 24 aprile 2014, Espenhahn.

Secondo detta teoria, per decidere se ricorra o meno un fatto interruttivo del nesso di causalità, è centrale l’idea del rischio conseguente ad una condotta.

Ad ogni rischio corrisponda una diversa responsabilità.

Perciò, la condotta (quella del medico, nel nostro caso) interrompe il nesso di causalità, non quando sia eccezionale, ma quando sia completamente “eccentrica” rispetto al rischio cagionato dall’altra condotta (quella del conducente del veicolo che investe il pedone nel nostro caso), cioè quando generi un rischio completamente nuovo, diverso, imprevedibile (es: rischio di morte) rispetto a quello (es: di una semplice malattia) generato dall’altra condotta (del conducente del veicolo, nel nostro caso).

Da questo punto di vista, neppure la gravità della colpa del medico è rilevante, poiché non costituisce un fatto del tutto imprevedibile, eccezionale ed atipico rispetto alla serie causale precedente di cui costituisce il normale sviluppo evolutivo, anche se non immancabile.

In passato è stato per esempio ritenuto fattore interruttivo del nesso causale, la condotta del medico che, durante la cura di un paziente che, a causa di un sinistro, aveva subito lesioni da curare con intervento di osteosintesi, ne aveva cagionato la morte avendogli trasfuso sangue di un gruppo sanguigno diverso da quello del paziente, essendo l’erronea individuazione frutto di un gravissimo errore. In quel caso, la Suprema Corte (Sez. V, penale, sentenza 27 gennaio 1976, Nidini,) aveva ritenuto che il nesso causale tra la condotta del conducente del veicolo e l’evento morte fosse stato interrotto dalla condotta medica.

Ebbene, nel caso concreto, facendo applicazione della c.d. “teoria del rischio” sopra illustrata, la Suprema Corte ha affermato che teoria del rischio nel caso di specie è giunta “ad escludere qualsiasi interruzione del nesso causale da parte dei sanitari che ebbero in cura F.D. ed il cui intervento, in relazione al concreto decorso causale dalla condotta iniziale colposa dell’investitrice imputata all’evento-morte, stando a quanto accertato dai giudici di merito, che hanno adottato al riguardo motivazione congrua ed immune da vizi logici, non ha, a ben vedere, mai soppiantato il rischio originario e non ha assorbito la spiegazione giuridica esclusiva dell’evento: in particolare, hanno accertato i giudici di merito che l’intervento chirurgico al quale è stato sottoposto F.D. al fine di porre rimedio alle lesioni causate dall’investimento automobilistico da parte di R.M.M. - intervento la cui corretta effettuazione non è nemmeno posta in dubbio nel ricorso - era, nella concreta situazione che emergeva, necessario”

LA GIURISPRUDENZA CIVILISTICA

Tale consolidato orientamento della Cassazione penale, poi, è confermato anche dalla giurisprudenza civilistica.

Per esempio, Cass. civ. Sez. III, 24-04-2001, n. 6023 ha affermato che:

“Poiché l'individuazione del rapporto di causalità tra un evento e l'ultimo fattore di una serie causale non esclude la rilevanza di quelli anteriori, che abbiano avuto come effetto di determinare la situazione su cui il fattore successivo è venuto ad innestarsi, il limite alla configurazione del rapporto di causalità tra antecedente ed evento è rappresentato solo dall'idoneità della causa successiva ad essere valutata, per la sua eccezionalità rispetto al fattore causale remoto, come causa sufficiente ed unica del danno (nella specie, il conducente di un veicolo, che aveva colposamente cagionato un sinistro stradale, è stato chiamato a rispondere dell'insorgenza di una epatite virale contratta dalla vittima del sinistro a seguito di una emotrasfusione, somministratagli in esito alle lesioni riportate nell'incidente)”Aggiungi questo articolo alla tua raccolta

LA DOTTRINA

Tali concetti hanno ricevuto adesione da parte di autorevolissima dottrina.

In particolare, si è affermato che:

“In particolare, si è ritenuto che l’originario danneggiante risponda anche dell’aggravamento causato dal medico, sulla base del rilievo secondo cui quest’ultimo non può considerarsi un evento eccezionale ai sensi dell’art. 41, comma secondo, c.p.: così, secondo Cass. 24.4.2001 n. 6023, in Dir e giust., 2001, fasc. 20, 71, l’autore delle lesioni risponde anche dell’aggravamento di esse, causato dall’imperizia del medico o della struttura sanitaria, quando tale aggravamento costituisca un rischio normale rispetto all’intervento medico reso necessario dalle originarie lesioni (nello stesso senso si vedano anche Cass. pen. 5.4.1986 n. 2589, in Dir. e prat. ass. 1988, 191, che ha ascritto al responsabile di un sinistro stradale anche l’errore compiuto dai medici che errarono nell’eseguire un intervento di craniotomia sulla vittima; Cass. pen. 1.9.1986 n. 8884, ivi, 1988, 190; Trib. Perugia 8.6.1991, in Resp. civ. prev., 1993, 630, che ha ascritto al responsabile di un sinistro stradale il danno derivato alla vittima dall’esecuzione di una trasfusione di sangue infetto).

Ovviamente, così come il responsabile della prima lesione risponde dell’intero danno, come aggravato dal medico, allo stesso modo anche quest’ultimo risponderà dell’intero danno.

(così, M. ROSSETTI in “I danni risarcibili per responsabilità medica professionale”, pubblicato sul sito “Persona e danno”, diretto dal Prof. Cendon, e leggibile al seguente url: http://www.personaedanno.it/index.php?option=com_content&id=35300&catid=86&Itemid=333&am... )

Autore: Acquarone Avv. Giuseppe 13 set, 2017

Con la sopra menzionata sentenza, la Corte di Cassazione ha sottolineato come, in materia di cartella clinica, esista per ogni struttura ospedaliera un obbligo di corretta tenuta della medesima, la cui violazione comporta un danno per il paziente  .

La Corte evidenzia l'importanza del menzionato documento, fondamentale per ricostruire l'accaduto e per compiere una corretta valutazione sia dell'aspetto soggettivo dell'illecito che del nesso causale.

Il paziente non può dunque essere gravato delle conseguenze processuali della irregolare tenuta della cartella clinica;  in caso contrario verrebbe invertito l'onere probatorio, che deve invece fare capo alla struttura sanitaria, ossia su chi aveva l'onere di tenere correttamente la documentazione clinica.

La sentenza in commento è conforme alla giurisprudenza maggioritaria in materia, secondo la quale le omissioni imputabili al medico nella redazione della cartella clinica, rilevano sia per quanto riguarda il nesso di causalità presunto, dal momento che la non corretta compilazione della stessa non può andare a nuocere a colui che vanti il diritto alla prestazione sanitaria, sia come inesatto adempimento della prestazione professionale.

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